Vorrei un’avvocatura che parlasse più da vicino alla società

In questi giorni ho letto un libro che mi ha fatto molto pensare. Il libro in questione si intitola: “Non è un paese per laici” del filosofo Vittorio V. Alberti, pubblicato da Bollati Boringhieri.

È un illuminante pamphlet sull’importanza di tornare a un vero pensiero laico – ovvero a un ragionamento obiettivo e libero – nella società, nella politica, nella religione attraverso un linguaggio e una comunicazione che siano funzionali a un dibattito veramente critico.La categoria centrale della sua analisi è in primis quella degli intellettuali oltre a quella dei politici “accusati” di esporsi ormai solo per slogan, avanzando attraverso argomenti pro o contro.

 

Quale voce hanno gli avvocati oggi?

 

Mi ha fatto riflettere sulla categoria di professionisti alla quale appartenevo e verso cui adesso rivolgo il mio lavoro, cercando di dar loro una voce e una visibilità che talvolta non hanno ancora, o che non è come vorrebbero. Questo breve articolo è legato all’aspetto comunicativo, lo preciso, di cui mi occupo e che metto continuamente in discussione, per carattere e per abitudine a voler analizzare a fondo le cose che fanno parte della mia vita.

 

Mi sono chiesta se un ragionamento sul linguaggio irrigidito dall’uniformità e la mancanza di una discussione costruttiva possa farsi anche a proposito di questo ambiente: quello degli avvocati e dei professionisti del diritto.

 

Parto dal “settarismo retorico” proprio – secondo l’autore del libro – degli intellettuali e dei politici attuali; quel vivere il proprio ruolo alla luce di un conformismo delle idee che svuota le questioni e le rende più o meno tutte uguali, quel procedere per appartenenza a un gruppo o ad un altro e rivendicarne le ragioni a prescindere. Ecco, questo concetto qui non è forse applicabile anche a comportamenti riconducibili a molti professionisti del diritto?

Mi spiego meglio: mi sto chiedendo se e quanto parte dei comportamenti e delle abitudini comunicative della categoria generale degli “avvocati” consolidate in questi ultimi anni, possano distorcere o addirittura nuocere alla percezione che il resto della società ha di questa professione e come gli stessi comportamenti appiattiscano delle voci che potrebbero essere utile a chiarire molte questioni

Sul ruolo dell’avvocatura la Corte Costituzionale è stata molto chiara richiamando i “meriti storici che l’avvocatura ha acquisito anche fuori delle aule di giustizia, contribuendo alla crescita culturale e civile del Paese e, soprattutto, alla difesa delle libertà” (sent. n. 171 del 1996).

Il ruolo dell’avvocato è dunque complesso; la funzione pubblicistica e costituzionale di garante dei diritti degli individui attraverso l’esercizio della difesa in giudizio si affianca all’elemento libertario della professione.

 

L’avvocato non ha un ruolo politico ma allo stesso tempo può contribuire profondamente con la propria voce informata e critica alla cultura e al dibattito sulla crescita del Paese.

 

Più chiarezza e partecipazione, come?

 

A questo punto ecco alcuni aspetti che mi sembra emergano quando penso alla rappresentazione che gli avvocati fanno di se stessi:

Il primo mi riguarda da vicino ed è quello del linguaggio. Il voluto mantenimento della complessità linguistica, della retorica che chiude piuttosto che aprire, attraverso la quale esprimere pareri e concetti non aiuta più a conquistare una posizione preminente nella società. Questo deve essere chiaro e deve essere detto. Al di fuori di un’aula di tribunale (e forse neanche più lì) la lingua giuridica deve essere comprensibile. Il danno che si fa è quello di aumentare sempre di più la distanza tra gli avvocati e il resto della società, tra l’argomento giuridico e il resto delle cose.

 

Il saper esprimere con chiarezza un ragionamento che contiene complessi concetti giuridici dovrebbe diventare il nuovo paradigma per acquistare autorevolezza, almeno quando si comunica attraverso strumenti alla portata di tutti: i media, un canale radio, un social network, un articolo pubblicato su un sito.

 

Partecipare alle questioni del Paese non è facile per una categoria controllata e regolata anche nel modo di comunicare e farsi pubblicità. Questo non vuol dire però che non si possa affrontare la professione che si è scelto con un grado di vicinanza maggiore verso la società. Ho già avuto modo di dire quanto le classifiche e i premi che da anni imperversano nel mondo legale siano fini a se stessi in termini di autenticità se, soprattutto gli studi più grandi, non danno segni evidenti di trasportare quel valore dove ce n’è bisogno.

 

La responsabilità sociale deve acquistare un ruolo che ancora non ha, fraintesa troppo spesso con la beneficenza.

 

La mancanza di obiettività è anche nella troppo spesso sterile difesa della categoria da parte delle tante associazioni e correnti, nel lasciar perpetuare un sistema – quello dell’ingresso nella professione – che vuole per anni una schiera di professionisti sottopagati o volontari al servizio del dominus, nonostante plurimi tentativi di riforma che lasciano francamente perplessi. Ecco perché la scelta degli organi di rappresentanza e degli interlocutori per comunicare le proprie istanze ai recettori politici dovrebbe essere oggi ancor più cruciale ma visti i risultati, si resta con forti dubbi.

Sono questi solo alcuni degli aspetti che mi vengono in mente legati alla comunicazione di un settore così complicato e segmentato. Generalizzare si rende qui necessario ma è ovvio il divario interno tra grandi e piccoli, operare in città o in provincia, settori di attività e interessi conseguenti, studi che fatturano come aziende e altri che non riescono a pagare l’affitto per l’ufficio.

Il filo conduttore però resta lo stesso: la difficoltà di avere nitida la percezione di interesse a farsi comprendere meglio ed essere visti come preziosi alleati nel dibattito sociale e culturale. Sarebbe prezioso per tutti.